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    April 23

    Monologo finale tratto da "La leggenda del pianista sull'oceano"

    Tutta quella città... non se ne vedeva la fine...
    La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?
    E il rumore.
    Su quella maledettissima scaletta... era molto bello, tutto... e io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema.
    Col mio cappello blu.
    Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino...
    Primo gradino, secondo gradino.
    Non è quel che vidi che mi fermò.
    È quel che non vidi.
    Puoi capirlo, fratello?, è quel che non vidi... lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne.
    C’era tutto.
    Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.
    Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare.
    Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu.
    Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni e miliardi
    Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita.
    Se quella tastiera è infinita non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.
    Cristo, ma le vedevi le strade?
    Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una.
    A scegliere una donna.
    Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di.
    Morire.
    Tutto quel mondo.
    Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce.
    E quanto ce n’è.
    Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla...
    Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
    Io ho imparato così. La terra...quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò.
    Lasciatemi tornare indietro.
    Per favore.
     

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